pasquale aiello
foto e progetti

MULINO PANTANELLA - SEGNI


L'interno degli ambienti della Pantanella rivela una bellissima stratificazione di segni e tracce derivanti dall'uso che è stato fatto dei locali nel corso degli anni. Inoltrandosi negli spazi, emergono, sui muri o nella polvere, oggetti, disegni, strutture.

Colpiscono il silenzio ed il buio, squarciato spesso dalla luce che penetra dagli enormi finestroni di vetro e ferro.
Questo era innanzitutto un ambiente di lavoro, un opificio. Un mulino, un pastificio, un magazzino, uffici, depositi, una ferrovia che terminava all'interno dell'area. Troppo lontana la data della dismissione per trovare ancora tracce rilevanti della presenza operaia, tuttavia colpisce il cartello che indica le stanze delle donne operaie che, probabilmente, lavoravano al turno di notte.
Fa forse sorridere, invece, la foto (o, almeno, quello che ne rimane) di una ragazza in tipico costume balneare anni '50 incollata ad un muro in un ambiente dove lavoravano degli operai.

Molte cose sono andate distrutte per l'abbandono e molte altre sono state riutilizzate dai migranti che occuparono la Pantanella negli anni novanta. L'ambiente fu riorganizzato dalle varie etnie che lo occuparono (circa 2500 persone) ripartendo gli ambienti per provenienza geografica ed anche religione.
Significativa, per quegli anni, la presenza nei sotterranei di una moschea.
Interessante anche il tentativo di capire la nostra lingua cercando di impararne i suoni e la grammatica: a tale scopo fu istituita una scuola della lingua italiana sita non lontana dalla moschea.

La nostalgia della propria terra emerge dai disegni che abbiamo trovato sui muri, dalle scritte e dal tentativo di mantenere le abitudini precedenti creando negli ambienti il mercatino, la sartoria, la cucina, lo spazio per le docce ed altro (bellissima la ricerca fotografica effettuata da Stefano Montesi nell'area occupata).


Due persone da ricordare parlando di Pantanella

Negli anni dell'occupazione di Pantanella, in particolare tra il 1990 ed il 1991, con la presenza, come detto, di oltre 2500 immigrati, i problemi di "relazione" con la città di Roma si fecero critici. Era, inoltre, l'anno dei mondiali e bisognava vendere al mondo un'immagine perbene della "caput mundi".
In questo contesto difficile emergono due figure culturalmente diverse ma dai comuni ideali: don Luigi Di Liegro e Mohammad Muzaffar Alì detto Sher Khan (nel link lo si vede in delle foto relative allo sgombero del 31.1.1990).

Il primo non ha bisogno di presentazioni: le battaglie contro l'emarginazione, la povertà e le esclusioni oltre la forte capacità di mediazione, sono note.
Il secondo, Sher Khan, pakistano di Dera Ghaji Khan, era uno sconosciuto rifugiato politico. Artefice, insieme a Luigi Di Liegro, dell'organizzazione della comunità della Pantanella (una comunità, è bene ricordarlo, composta da diverse etnie e provenienze culturali), aveva anche il merito di aver fondato e presieduto l'UAWA (United Asian Workers Association) la prima associazione in Italia di tutela di lavoratori migranti, portando avanti lotte per il lavoro e per il diritto alla casa.
Era un punto di riferimento per la sua comunità e non solo.

Mohammad non c'è più. E' morto la notte del 9 dicembre 2009, solo, pare di freddo e nell'indifferenza, su un marciapiede vicino Piazza Vittorio, dopo essere stato "sgombrato", un'altra volta, dall'occupazione dell'ex Museo della Carta insieme ad altri immigrati.
Nessuno, nelle istituzioni cittadine preposte, essendo un single, aveva pensato a trovargli un posto dove andare.
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