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INCONSCIO TECNOLOGICO (FRANCO VACCARI)

date » 17-01-2026 18:47

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Il 12 dicembre 2025 è deceduto, a 89 anni, Franco Vaccari.



Difficile descrivere in poche righe una personalità così poliedrica che, dagli anni sessanta, ha proposto innovazione e lettura critica, anche politica, della fotografia e dei suoi codici.
Un atteggiamento, il suo, teso a forzare il senso comune riguardo l’uso di un media importante come la fotografia, arrivando a sostenere nel suo libro del 1979, “Fotografia ed inconscio tecnologico”, come sia illusorio pensare che il fotografo possa esser decisivo nello scatto di un’immagine.

Devo dire che non è semplice leggere i suoi saggi, culturalmente ricchi di stimoli (con tesi convincenti “politicamente” e nella loro teorizzazione), anche se non immediatamente “assimilabili” e, talvolta, non sempre condivisibili (soprattutto nella prassi).

Dice Francesco D’Agostino: “Le opere di Vaccari sono sempre in divenire; volutamente tenute fuori dal controllo diretto dell’artista che si limita a innescare e documentare un evento lasciando che sia il contesto ad indirizzarne l’esito. Il fine è portare la fotografia stessa ad indicare qualcosa del reale che nemmeno l’autore conosceva.".

Vaccari sceglie, soprattutto nelle sue “Esposizioni in tempo reale”, di sottrarsi al ruolo di mittente del messaggio privilegiando l’osservatore che, in determinate circostanze, diventa protagonista attivo dell’opera. Sacrificare lo spazio ottico per aprirsi ad uno “spazio delle relazioni” dove il fine è quello di favorire il “divenire” della performance, costruirla sul momento, coinvolgendo gli spettatori che si svincolano da un atteggiamento condizionato nei riguardi del fotografo potendosi sentire liberi di interpretare qualsiasi ruolo. Qualcosa di diverso dai rivoluzionari happening proposti da Allen Kaprow a partire dal 1959.

Nell’Esposizione n. 4 alla Biennale di Venezia del 1972, la presenza di una Cabina Photomatic per fototessere consente ad ogni visitatore “…di gestire in modo autonomo, uno spazio privato (creato dalla tenda nera della cabina) immerso nello spazio pubblico, in cui era possibile dare libero sfogo al desiderio e al sogno per presentare se stessi “ (Vaccari) Le strip di quattro foto vengono poi appese dal pubblico stesso su una della pareti della sala completando così la performance in assoluta autonomia. Lo spazio si arricchisce di circa seimila fotografie generando da sé un’esposizione lontanissima dagli schemi usuali e priva di un singolo autore.
Come dice Roberto Maggiori, riguardo all’azione dei “selfisti ante litteram” generati dall’azione del performer, è di “essere semplicemente se stessi”. Oppure, con le stesse parole di Vaccari: «Nell’eclissarmi come “autore” avevo eliminato uno dei componenti della sacra triade composta da fotografo, macchina, soggetto. Cosi, mentre facevo venire in primo piano i meccanismi di produzione, cercavo di mettere in crisi la dimensione auratica dell’artista, di provocare un mutamento nel rituale delle esposizioni e di suscitare nel visitatore un impulso nella coscienza dell’esserci. A chi era venuto per contemplare era offerta una possibilità d’azione, un’occasione per “lasciare una traccia del proprio passaggio» (Franco Vaccari, "Fotografia e inconscio tecnologico"). Il soggetto ripreso era il nuovo operator che, attraverso l’uso di un occhio neutro, creava in maniera non consapevole (per quegli anni), i primi selfie della storia, i primi scatti di autorappresentazione.

Si occulta la figura dell’autore potenziando quella dell’utente, “ribaltando e confondendo i canoni artistici moderni tradizionali, quali il concetto di opera d'arte unica e irrepetibile, la figura dell'artista-creatore rigidamente contrapposta a quella dello spettatore” (Erika Lacava – Nadir magazine – 2007).
Nell’escludersi dal processo di produzione, Vaccari fa sì che ad essere decisivo nella creazione di immagini non sia il condizionamento imposto dal nostro inconscio tecnologico il quale ci induce a vedere solo quello che già sappiamo e conosciamo, coadiuvato in questo dalla fotocamera con i suoi dispositivi tecnici. Inconscio tecnologico (per definizione: non-conscio) ma che permea la nostra cultura sia individuale che di massa e che genera, facendola affiorare, conoscenza precodificata (in determinati ambiti culturali), strategie comunicative (pre)definite in precisi percorsi, politici ma anche di mercato.

Secondo Vaccari, quindi, l’autore continua a vedere (e fotografare) solo quello che già sa e conosce: qualcosa che, secondo l’autore, imprigiona lo strumento bloccandone le potenzialità espressive legate al solo “uso autoriale” e al contempo amplificando ed elaborando il concetto di “inconscio ottico” (legato in questo caso all’uso della macchina da parte del fotografo) teorizzato da Walter Benjamin.

Per inconscio ottico Benjamin, com’è noto, intendeva tutto ciò che sfugge (inconsciamente) all’occhio umano in fase di ripresa di un’immagine e che la macchina, per suo stesso “statuto”, è in grado comunque di registrare nel suo campo ottico e di far riaffiorare nella coscienza. Non secondario in Benjamin è il porre l’accento sulla casualità che si inserisce nello scatto fotografico, sull’eventualità/casualità che si affianca o sostituisce l’istante decisivo, neutralizzandolo.
Una teoria che si lega, secondo una condivisibile opinione, anche al concetto di punctum (Barthes – La Camera chiara), cioè quel dettaglio dell’immagine che, fuori del controllo dell’autore e frutto della curiosità/interesse del fruitore, emerge dall’immagine e ne condiziona in parte la lettura spostando l’interesse del destinatario su qualcosa che il mittente/autore ha incluso nell’immagine ma senza averne coscienza o senza dargli importanza.

Il concetto di autore e di “istante decisivo” (Bresson), in questa prospettiva, ne uscirebbero fortemente ridimensionati

Più difficile entrare del tutto nel concetto teorizzato da Vaccari di un “inconscio tecnologico” pertinente alla macchina fotografica. Il motivo è semplice: noi associamo naturalmente l’inconscio ad un meccanismo biologico, vivo, e non meccanico.
Ma il concetto, credo, introduca una metafora. Riprendendo quanto sostenuto da Vaccari in una conferenza del 2013, cui ho partecipato, l’autore argomentò riguardo l’inconscio tecnologico definendolo come qualcosa di legato ad un diffuso modo di proporre la fotografia che crea, all’interno di esso, dei meccanismi di comunicazione, un “inconscio” non tanto legato alla macchina in sé ma all’uso che se ne fa. Questo inconscio tecnologico indirizzerebbe e condizionerebbe il “libero arbitrio del fotografo”, da sempre visto come autore, in inconsapevoli canali precostituiti dal mainstream, guardato come generatore di convenzioni, senso comune dominante e assoggettamento a politiche di mercato. Tutti canali finalizzati anche ad un “controllo politico” della comunicazione al fine di condizionarla.

Tuttavia la nostra cultura fotografica, ed in particolare quella di chi fotografa, potrebbe non essere del tutto acritica, anzi, al contrario potrebbe essere mossa da intenti di controinformazione rispetto a quello che generalmente molta fotografia oggi propone generando miliardi di immagini ed una massa di informazioni che, più che estendere la nostra conoscenza, creano un’anestesia dal reale ed una falsa visione della realtà.
Vaccari ha sempre sostenuto che il fotografo ”vede solo ciò che sa” ma intendendo che vede solo la sua cultura. Sul punto Roberto Maggiori dice: “Il vedere ciò che sai significa che la nostra percezione del mondo è filtrata dalla nostra esperienza, cultura e conoscenza pregressa, influenzando come interpretiamo immagini, situazioni e informazioni; si può quindi vedere il mondo in modo superficiale o analitico, scoprendo dettagli nascosti, o vederlo con stupore o malinconia, a seconda del proprio stato d'animo e allenamento mentale, per apprezzare ciò che è invisibile e significativo.”
Mi piace molto, nell’affermazione di Maggiori, il considerare che quella stessa cultura di cui siamo permeati possa condurre sia al conformismo, sia alla scoperta di ciò che non sappiamo, utilizzando lo strumento fotografico come mezzo per indagare spazi e luoghi (anche mentali) prima sconosciuti, controinformando e creando coscienza critica. Non voglio pensare che, per “rompere questo accerchiamento culturale” che incombe, l’unica via sia quella di eclissarsi e lasciare che il caso o soltanto i fruitori possano avere voce in capitolo nella gestione del media fotografico.

Note su alcune opere di Franco Vaccari

Come paradigma di un modo diverso di interagire con la fotografia, ho citato spesso l’Esposizione in tempo reale n. 4. Ma naturalmente Vaccari ha fatto molto altro e sul web ci sono tante informazioni al riguardo: alcune idee però sono comunque da sottolineare per la forte originalità.
Invito a cercare sul web notizie, per esempio, su “Camions” - 700 Km. di esposizione Modena-Graz” del 1972, mostra autogenerativa, oppure su ”Photomatic d’Italia”, del 1973, in cui ritorna l’utilizzo della cabina per fototessere ma localizzate in vari luoghi d’Italia (stazioni, piazze, ecc…). Interessante la successiva finalizzazione.

Vorrei invece citare esplicitamente, poiché la trovo politicamente e concettualmente “forte”, l’idea di esporre alla Biennale del 1993 “Bar Code”. L’installazione consisteva in un bar con tavolini, luci da tavolo e distributori automatici. Sulla parete era proiettato il ritratto fotografico di Silvia Baraldini (attivista politica negli USA per i diritti civili dei neri, incarcerata negli anni Ottanta per presunti atti sovversivi). Il bar era concepito come una «fotografia abitata», con il codice a barre che rappresentava il carcere, simbolo austero della spersonalizzazione e del controllo.

Infine due filmati. Il primo del 2002 "L'album di Debora", (video di dieci minuti) in cui delle semplici foto-ricordo, frammenti di una vita, vengono raccolti e riproposti al pubblico nella costruzione di un racconto creando un’esperienza emotiva simile a quella di una vera frequentazione la persona.
Il secondo del 2003, "Provvista di ricordi per il tempo dell'Alzheimer", un video si venti minuti con immagini che ritraggono lo stesso Vaccari in diversi momenti della sua vita. Dice Erica Lacava: “un lavoro tra i più struggenti mai realizzati, che presagiva anche il futuro personale (…) un video (…) che raccoglieva la memoria delle immagini della sua intera vita, per il momento nel quale sarebbe sopraggiunto l’oblio".
Sicuramente commovente e spunto per molte riflessioni.

Le foto che seguono, tranne due, sono tratte da Internet.

1972 - Esposizione in Tempo Reale n. 4 - fonte: internet -1972 - Esposizione in Tempo Reale n. 4 - fonte: internet -1972 - Esposizione in Tempo Reale n. 4 - fonte: internet -1972 - Esposizione in tempo reale n. 4 - Biennale di Venezia1972 - Esposizione in tempo reale n. 4 - Biennale di Venezia1972 - Esposizione in tempo reale n. 4 - Biennale di Venezia1972 - Esposizione in tempo reale n. 4 - Biennale di VeneziaEsposizione in tempo reale n. 8.1972 - Camions - 800km di esposizione.Photo Credit: @P420gallery via XFoto Pasquale Aiello - 2013fonte: internetFoto di Pasquale Aiello - 2025 - Gand (B)

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