pasquale aiello
foto e progetti

L'UOMO DELLA FOTO - 22/09/1973

date » 12-12-2025 17:56

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In occasione dell’11 settembre cileno, nel cercare sul web alcune immagini, ho “incrociato” lo sguardo di un uomo ritratto dal reporter americano David Burnett il 22/9/1973 nello Stadio Nazionale di Santiago del Cile: era lo sguardo di Daniel Alfredo Céspedes Vargas, ventitré anni, sindacalista, catturato dall’esercito come oppositore del regime.

Quotidianamente ci sono foto, anche drammatiche, che scorrono con maggiori o minori conseguenze, altre che bloccano lo sguardo e ti “costringono” ad un’analisi dell’immagine per capire cosa ti abbia colpito e perché.
Quella foto, in effetti, aveva avuto un impatto molto forte e già guardando la didascalia dell’articolo che la riportava si capiva in che contesto era stata scattata.
Un prigioniero politico catturato dall’esercito di Pinochet, trasferito nello Stadio Nazionale di Santiago del Cile, in attesa di essere interrogato e, probabilmente, torturato. Fissa l’obiettivo di David Burnett, guarda l’uomo libero che lo fotografa, lo fissa quasi sorpreso, in una frazione di secondo. E’ un secondo pieno ma incisivo e diretto, il primo piano è occupato dai soldati armati, sfuocati ma perfettamente leggibili che si intuisce stiano ricevendo ordini riguardo alla gente catturata alle loro spalle. Uomini inermi in completa soggezione e altri uomini che ne possono determinare il destino.

Richiamo, come mi capita spesso, Roland Barthes ed i sui concetti di studium (che attiene a quanto dico prima riguardo l’aspetto generale, culturale e informativo della fotografia) ed in particolare il concetto di punctum: ”…un dettaglio inatteso, personale ed emotivo che "trafigge" lo spettatore, creando una ferita interiore e un legame irrazionale con l'immagine, al di là dell'intenzione dell'operatore. Un segno che ci tocca profondamente.”
Lo studium di una sola immagine, tuttavia, aiuta a comprendere ma fino ad un certo punto. Un’immagine vista in un contesto di più immagini o di una serie di fotogrammi, agevola molto di più la lettura dei fatti e questa foto meritava, secondo me, degli approfondimenti.
Così ho cercato e trovato molte notizie: su David Burnett, su Daniel Vargas, sul “silenzio” mediatico calato per trent’anni su quella foto fino al 2003, infine ho trovato un cortometraggio intitolato “El Hombre de la foto" (2006) che ricostruisce la vicenda e la storia del protagonista.
Dal video è possibile ricevere moltissime informazioni sulla vita e la storia di Daniel Vargas. Molto belli i primi fotogrammi dove scorre la foto di Burnett quasi si cercasse di leggere un testo scritto scrutandone i dettagli. C’è poi una sequenza del video in cui scorrono dei provini fotografici, sei fotogrammi in tutto, attraverso i quali è possibile ricostruire la cronologia degli scatti.
Certo non ci sono tutti quelli effettuati nel tunnel dello stadio, ma quelli riguardanti Daniel Vargas sono cinque e la foto di cui parlo è la quarta della serie. E’ stampata dal fotogramma 13a/14 di una pellicola Kodak Tri X Pan. Nel ftg. 9a/10 si intravedono prigioniere condotte in una stanza e dal ftg. 10a/11 c’è una breve sequenza di cinque fotogrammi in cui si vede l’evidente smarrimento di Daniel e dei suoi compagni oltre la concitazione dei soldati cileni (come detto spesso sfuocati o in movimento).
Lo sguardo di Daniel Vargas coinvolge, quasi chiede aiuto. L’incertezza del suo stato, la sorpresa nel vedersi al centro di una foto che potrebbe attestare la sua esistenza in vita nel silenzio delle comunicazioni del regime (molti saranno, è noto, i desaparecidos), sono elementi che sono trasmessi perfettamente anche dalla composizione delle foto di Burnett che pongono Daniel al centro dell’attenzione.

Barthes dice, riguardo lo studium di una fotografia: “La guardo, la scruto, come se volessi saperne di più sulla cosa o sulla persona che essa ritrae (…) Scompongo (disfo un complesso organico), ingrandisco e, per così dire, rallento per avere il tempo di sapere ”. Un processo ben noto anche nel film Blow Up, anche se con fini diversi e tempi diversi. Ingrandire per capire o scoprire anche oltre le intenzioni.
Così ho cominciato a leggere quei fotogrammi e a esaminarli, ingrandendoli e cercando di cogliere altri dettagli e particolari. Nelle foto il centro o punctum è lo sguardo di Daniel rivolto verso Burnett, il fotografo, e attraverso lui, verso di noi. Ed anche nell’unica foto in cui lui non guarda in macchina, lo sguardo rivolto alla sua sinistra è significativo e smarrito. Trovo anche altri sguardi rivolti verso l’obiettivo, meno marcati ma altrettanto significativi. L’uomo alto dietro Daniel quasi sbircia rassegnato verso di noi come gli altri due compagni a fianco di Daniel. Sono in attesa che capiti qualcosa, qualsiasi cosa…sicuramente essere chiamati per essere “interrogati”. Poi l’ingrandimento sfuma nella struttura stessa della foto, nella grana e nei pixel rendendo inutile la ricerca di altro. In effetti bastava già quello che avevo trovato.

La storia che si sviluppa sulle foto di David Burnett è particolare. Il reporter, poche ore prima degli scatti, era stato arrestato anche per il suo look left da campus americano anni ‘70…e tuttavia proprio il suo passaporto statunitense lo aveva salvato e reimmesso nel circuito dei fotoreporter accreditati nello stadio di Santiago.
Non immaginava che avrebbe scattato quelle foto… o che le avrebbe fotografate così.
Furono subito pubblicate su varie testate internazionali, in America su Time Magazine, e Burnett vinse, sempre nel 1973 il premio Robert Capa.
Una di queste sarà forse la foto migliore della carriera di Burnett che pure, da reporter (anche di guerra) era stato in Vietnam, aveva fotografato, in una nutrita galleria, Gorbaciov, Nixon, Bob Marley, i Kennedy, Mary Decker nella sua disperazione (link), e tantissimi altri. Guardare il suo sito è molto interessante.
Quella foto, lo sguardo di Daniel Vargas, era però qualcosa che andava “oltre” ed in Burnett rimaneva la curiosità, e forse la necessità, di conoscere la sorte dell’ ”uomo dello stadio” la cui immagine comunque era circolata clandestinamente in Cile e, alla caduta del regime, utilizzata come manifesto, copertina per libri e dischi, simbolo di un periodo tragico.

Era ancora vivo? Cosa faceva, come viveva Daniel?
Il problema era che, per quanto ormai fosse diventato un personaggio pubblico e famoso grazie alla foto di Burnett, Daniel rifuggiva i giornalisti ed i fotografi…non voleva essere al centro di celebrazioni o di memorie, era un uomo anonimo, schivo. Bisogna dire che grazie alla foto di Burnett il regime, nel 1973, non poté nascondere che Daniel Vargas fosse tra gli oppositori fermati (Pinochet non voleva pubblicità mentre lavava nel sangue i “panni sporchi”) e lo rilasciò poco dopo l’arresto: ciò non gli risparmiò comunque torture e privazioni…ma quella foto, in maniera decisiva, lo aveva salvato.
Maria José Martìnez, dell’ICEI Film School dell’Università del Cile era al suo primo lavoro documentario ed era ancora una studentessa che preparava la tesi di laurea in cinematografia. Colpita dalla foto che era stata pubblicata dalla rivista politica Primera Línea ne fece il punto centrale della sua tesi/ricerca cinematografica. Riuscì, con difficoltà, a rintracciar Daniel 30 anni dopo lo scatto nello stadio e lo convinse a comparire nel suo cortometraggio che avrebbe ricostruito tutta la storia di quello che era diventato famoso (suo malgrado) come “El Hombre de la foto”. Il video è un piccolo capolavoro e alterna vita privata a frammenti di storia al tempo del golpe. Un mix di “colore attuale” e “bianconero da storia”. Premiato in due festival cinematografici cileni. Sicuramente da vedere.

Burnett, in occasione della ricorrenza del 40° anniversario del golpe, spinto da quella che prima ho chiamato curiosità e necessità, avrebbe voluto fortemente incontrare Daniel, attivò tutti i canali possibili, scrisse una lettera personale a Vargas: Daniel semplicemente non rispose, travolto dagli eventi che aveva vissuto, dalla paura di altra pubblicità, vinto dal suo carattere schivo. Non ci fu una “foto quarant’anni dopo”. Quindi si potrebbe quasi considerare un “miracolo” il consenso dato per essere ripreso nel cortometraggio della Martìnez.
Tuttavia, anche se tutto deporrebbe per il contrario, sono certo che nei confronti di David Burnett, Daniel nutrisse, in fondo al suo animo, grande riconoscenza per la tragica e salvifica casualità che li aveva fatti incontrare. Salvifica, certamente in maniera casuale ma decisiva, soprattutto per lui e la sua vita.

Allego sotto tre PDF:
- i provini originali di David Burnett, nella loro sequenza originale tratti dal video "El Hombre de la foto";
- gli articoli di stampa del 1973 e del 2003;
- il registro dei prigionieri politici.

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KODAK_TRI_X_PAN.pdf (1.55 MB) LE_MONDE.pdf (0.73 MB) REGISTRO_PRIGIONIERI_POLITICI.pdf (0.6 MB)

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